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Il movimento antigasdotto cresce..!!!

PREMESSA Per lungo tempo la Snam ha ignorato il movimento di opposizione al megagasdotto. Un primo comunicato di risposta lo ha diramato solo nel giugno 2010: poi c’è stato il silenzio.
Ma quell’unico comunicato con affermazioni molto “rassicuranti” veniva spesso incollato, da alcuni giornali, negli articoli che riferivano delle iniziative di contestazione dell’opera.
Da qualche giorno, l’ufficio stampa della Snam (che è la prima società della Multinazionale ENI) è entrato in fibrillazione.
Infatti, emette comunicati e rilascia interviste a getto continuo sui vari giornali che vengono pubblicati nelle Regioni interessate dall’attraversamento della grande infrastruttura. Perché?
E’ un caso che questo succeda dopo che la questione è approdata sulla grande stampa (Repubblica del 5 gennaio scorso) con commenti, peraltro, quasi tutti contrari al progetto Snam?
Ed è casuale che la Snam abbia deciso di lanciare una sorta di controffensiva mediatica, in una fase in cui l’opposizione all’opera va aumentando? Noi siamo ben lieti che si parli del problema e non abbiamo nulla da temere dal confronto con le tesi della Snam.
Quella che segue è la risposta del “Coordinamento Interregionale anti-gasdotto” che raggruppa Amministrazioni Pubbliche, Associazioni e Comitati delle Regioni coinvolte.
Abbiamo deciso di far conoscere il testo oltre che ai giornali direttamente interessati anche a tutti coloro che da tempo seguono con attenzione la vicenda.

Sulmona, 29/01/2011
Comitati cittadini per l’ambiente Sulmona

 

RISPOSTA ALLA SNAM

Gasdotto “Rete Adriatica”: le ragioni per cui fa discutere

La forte contrarietà suscitata dal progetto del gasdotto “Rete Adriatica” tra i cittadini residenti nei territori Appenninici interessati (Umbria, Marche, Abruzzo, Lazio, Emilia Romagna, Molise) e tra i loro rappresentanti politici ed amministrativi non è stata neppure scalfita dalle rassicurazioni offerte dalla SNAM a mezzo stampa negli ultimi giorni. Ricordiamo che la protesta era partita in tempi assai precoci in varie località dell’Italia Centrale, con la formazione di diversi  Comitati  senza che questi si conoscessero reciprocamente o avessero scambiato informazioni; tanto che in seguito si è costituito un Coordinamento Interregionale (con capofila il Comune dell’Aquila)  tra le Amministrazioni  le Associazioni e  i Comitati Cittadini che si stanno opponendo alla realizzazione dell’opera.
Con il consueto stile, la Snam (ENI) afferma che tutto è stato previsto, pensato, analizzato, che l’Appennino verrà prontamente restaurato, che la centrale di Sulmona produrrà solo aria  balsamica, che i suoi gasdotti resistono a qualsiasi sisma , a qualsiasi frana, a qualsiasi cosa. Dice anche che l’opera si deve necessariamente realizzare lungo l’Appennino e soprattutto che la stessa è “indispensabile” per la Nazione.

Di questi tempi però, le rassicurazioni date da una multinazionale, il cui scopo ultimo è il profitto e la sua  ripartizione tra i soci, sono decisamente in ribasso.
Anche la BP aveva rassicurato tutto e tutti circa le proprie azzardate operazioni nel Golfo del Messico, con i risultati che conosciamo e con le consuete difficoltà ad accollare per intero le responsabilità a chi, pur avendole, dispone anche di mezzi imponenti per difendersi.
La Snam sostiene di non essere associata alla British Gas, ma riguardo alle finalità complessive del progetto ha affermato che il progetto è nato in seguito alla richiesta della Brindisi LNG S.p.A. (società della British Gas, proprietaria del rigassificatore di Brindisi), nonché di Enel e British Gas che prevedono di operare nel terminale stesso, di immettere nella rete 8 miliardi di metri cubi di gas all’anno”.
I fautori  del progetto sostengono poi che si tratta di un’opera strategica: strategica per chi? Per l’Italia o per i profitti della Snam e soci? La Snam liquida a priori l’opzione zero (cioè il non costruire affatto il metanodotto) ma non fornisce alcuna prova del fatto che il nostro paese abbia bisogno di maggiori forniture di gas. I fatti invece, ci dicono il contrario.

Attualmente, il fabbisogno di gas in Italia è di circa 85 miliardi di metri cubi l’anno, (nel 2010 il consumo è stato di 82,8), mentre le infrastrutture di trasporto esistenti hanno una capacità ben superiore: 107 miliardi annui. Si stima che tra dieci anni il fabbisogno potrà essere di 110 miliardi, ma se alle infrastrutture esistenti sommiamo i metanodotti ed i rigassificatori in progetto, si arriverà, nel 2020, ad una disponibilità di gas di almeno 230 miliardi di metri cubi l’anno e cioè  più del doppio del consumo italiano previsto.
A cosa dovrebbe servire, allora, tutto questo gas? La risposta la dà la stessa Snam in un articolo sul “Sole 24 ore” del 28 marzo 2010 in cui l’Amministratore Delegato della Snam, Carlo Malacarne, spiega che uno degli obiettivi più importanti della società è quello di rafforzare il ruolo di hub (cioè di rivendita del gas a paesi terzi, in particolare del centro Europa).
Ma, per diventare una vera hub del gas in Europa, si precisa nell’articolo, “è necessario potenziare le capacità di trasporto lungo le dorsali”. Ecco chiarito a cosa serve il grande metanodotto Brindisi-Minerbio. Altro che maggiore “flessibilità e approvvigionamento delle reti regionali e comunali”!
Si vuol fare dell’Italia un centro per lo stoccaggio e per la commercializzazione del gas,  con enormi guadagni per Snam e soci: il “Piano strategico Snam 2010-2013” prevede tutto ciò, lasciando i costi ambientali e sociali alle comunità che vivono nei territori interessati da queste infrastrutture. L’Appennino infatti, non è terra di nessuno, e attività quali l’agriturismo, l’escursionismo e il turismo verde in genere sono in continua evoluzione e sembrano resistere bene anche alla crisi.
Riguardo alla scelta del tracciato la Snam sostiene che, giunto a Biccari (FG) il metanodotto “Rete Adriatrica” non può proseguire lungo la fascia costiera a causa di non meglio definite criticità geologiche ed ambientali e per l’elevata urbanizzazione della linea di costa. La Snam si limita però ad affermazioni generiche, non fornendo alcuna prova dettagliata di quanto asserisce. In precedenza però, nello studio svolto per il primo tratto Massafra-Biccari dichiarava che sulla scelta di camminare in stretto parallelismo con le tubazioni esistenti è stato sviluppato l’intero progetto: qualsivoglia nuovo intervento infrastrutturale che, come nel caso in oggetto presenta un notevole sviluppo lineare non può, infatti, prescindere dalla presenza di un corridoio tecnologico oramai affermato nel territorio. La scelta di mantenere la nuova condotta in stretto parallelismo ad una tubazione esistente, permette di sfruttare, in tutto o in parte, servitù gia costituite, evitando di gravare ulteriormente il territorio e le proprietà private, e consentendo di usufruire dei varchi già costituiti nell’ambiente, limita il consumo di superfici naturali da parte del progetto”.
In realtà la scelta di dirottare il metanodotto sull’asse appenninico è dettata essenzialmente da ragioni economiche. Con lo spostamento all’interno della penisola la Snam otterrebbe una non trascurabile riduzione dei costi di realizzazione sia perché utilizza un pezzo del “Transmed”, il Campochiaro-Sulmona già costruito, sia perché le spese per le servitù di passaggio sono più basse rispetto alla costa.

La Snam risparmia, ma scarica sulla collettività enormi costi ambientali, economici, sociali ed umani.

E’ evidente l’approssimazione con cui è stato fatto lo studio delle alternative di tracciato.
Essendo il gasdotto Ravenna Chieti già presente lungo l’adriatico con le servitù già costituite, significa che in quel tratto nessuno ha potuto costruire nulla e quindi è un corridoio a disposizione. Non si capisce perché non debba essere sfruttato, come è già stato fatto per il raddoppio di quasi tutta la rete nazionale Italiana, tanto che in Veneto (regione fortemente antropizzata ed urbanizzata) e nel Friuli per andare verso il passo di Tarvisio ci sono ben 3 gasdotti che camminano in stretto parallelismo. Inoltre, non viene neppure presa in considerazione l’alternativa di far passare il metanodotto sotto il mare (Adriatico), soluzione questa, che da tempo è adottata per molti metanodotti a livello internazionale.

L’aspetto più macroscopico del progetto è quello relativo al rischio sismico.
Gli studi sulla pericolosità sismica di un territorio dovrebbero essere alla base della pianificazione degli interventi per la realizzazione delle infrastrutture, tanto più quando si tratta di un’opera come il metanodotto in questione, date le sue dimensioni e la sua intrinseca pericolosità (il gas metano è altamente infiammabile ed esplosivo).
E invece cosa fa la Snam? Colloca il metanodotto in territori che sono tra i più altamente sismici dell’Italia e cioè proprio lungo le depressioni tettoniche interne dell’Appennino centrale.
Per non dire del cinismo con cui è stato ripresentato il progetto, l’8 aprile 2009, vale a dire appena due giorni dopo il terremoto che ha colpito l’Aquila; una richiesta che prevede il medesimo tracciato, con l’attraversamento di tutte le località del “cratere sismico”, nonché l’attraversamento delle località del Reatino e quelle di Umbria e Marche colpite dal sisma del 1997.
La Snam sostiene che i cittadini possono stare tranquilli perché non esisterebbe nessuna pericolosità del metanodotto e della centrale legata al rischio sismico. Ma viene smentita dalla stessa Commissione Nazionale V.I.A. che ha esaminato il progetto.
La Commissione, infatti, riconosce che le due strutture “si trovano in un territorio ad elevata pericolosità sismica, sia dal punto di vista della frequenza di eventi che dei valori di magnitudo” ed anzi precisa che in più punti il metanodotto interseca faglie attive.
Ora è noto che eventi sismici di una “certa intensità” producono dislocazioni sulla superficie terrestre. Dalla profondità ipocentrale dove si ha la rottura,  le onde sismiche si propagano tagliando di netto la superficie topografica e qualsiasi elemento naturale ed antropico posto su di essa; la velocità di propagazione della rottura non consente a nessun manufatto di opporre sufficiente resistenza al taglio, provocandone sempre la rottura.
Ciò è talmente vero che la Commissione V.I.A., nel prescrivere studi di dettaglio sulla risposta sismica locale dell’opera (studi che oggi nel progetto non ci sono!) giunge alla conclusione che essi, in ogni caso, serviranno non per eliminare, ma solo per ridurre la vulnerabilità della condotta in caso di sisma”. Ma c’è di più: per quanto concerne l’Appennino Centrale non tutte le faglie esistenti sono conosciute e per molte di esse mancano parametri che sono fondamentali per gli studi di valutazione della pericolosità sismica.
Gli esperti ci ricordano che solo nell’Aquilano vi sono otto faglie attive, latenti da migliaia di anni ed in grado di generare terremoti anche più disastrosi di quello del 6 aprile 2009; e che le indagini dettagliate di microzonazione sono essenziali per valutare la risposta del terreno all’onda sismica. Ma di tutto questo non c’è traccia nel progetto Snam
Come può, allora, la Snam asserire che il megagasdotto è sicuro, quando simili infrastrutture possono esplodere anche per un modesto movimento del terreno, come ad esempio è avvenuto  a Tarsia, in Calabria, l’11 febbraio 2010?
Si erano forse dimenticati in quel caso  di “sottoporre i tubi a verifiche strutturali e “shaking” (scuotimento sismico)  di cui parlano con tanta sicurezza ?

Noi riteniamo che vada ascoltato l’appello lanciato dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione del trentennale del terremoto dell’Irpinia: “Le disastrose conseguenze degli eventi sismici e dei sempre più frequenti eventi calamitosi, impongono alle Istituzioni Nazionali e locali e alla comunità scientifica di rinnovare il responsabile impegno a sviluppare la cultura della previsione e della prevenzione”.
Allora, si fa prevenzione e si applica il principio di precauzione realizzando impianti molto pericolosi in aree ad elevato rischio sismico ed idrogeologico?
Nel fare la sua scelta la Snam asserisce di aver tenuto conto di varie criticità relative all’ambiente e di aver optato per la soluzione che presenta il minor impatto. E’ invece vero il contrario perché proprio scegliendo la dorsale appenninica il metanodotto interferisce pesantemente con territori caratterizzati in modo notevole dalla presenza di aree protette: molti siti S.I.C. (Siti di Importanza Comunitaria) e Z.P.S. (Zone di Protezione Speciale) facenti parte della rete Natura 2000, aree contigue a Parchi Nazionali come quelli della Majella, del Gran Sasso – Laga e dei Sibillini, e al Parco Regionale del Sirente – Velino, consistenti superfici coperte da boschi e foreste, oasi faunistiche, aree sottoposte a vincolo idrogeologico o gravate da usi civici.
E’ paradossale, ma il tracciato scelto per il metanodotto ricalca quello del progetto APE.
Al riguardo la Regione Umbria sgombra il campo per tutti, dichiarando nella V.I.A. (relativamente al tratto Foligno – Sestino) “il tracciato coincide per l’Umbria con il progetto APE (Appennino Parco d’Europa) il più importante progetto di sistema avviato nel nostro paese, finalizzato alla conservazione della natura e allo sviluppo sostenibile con l’ambizione strategica della valorizzazione delle risorse naturali e culturali. Nel contesto ambientale appena descritto la messa in opera del metanodotto fa emergere numerose criticità che a volte provocano modificazioni irreversibili degli ecosistemi e delle biocenosi presenti”.
“L’intervento sia in fase di cantiere che in fase di esercizio, comporta rilevanti problemi di natura paesaggistica in quanto il tracciato interessa solo in minima parte terreni agricoli pianeggianti, mentre la restante interessa un territorio variegato dal punto di vista geomorfologico ed estremamente delicato e di pregio sotto il profilo paesaggistico ambientale “
“Inoltre l’alterazione paesaggistica prodotta dall’opera, nonostante le misure di graduale ripristino ambientale previste dal progetto, rimarrà visibile per un tempo considerevole e costituirà un segno pregiudizievole per la salvaguardia dei caratteri paesaggistici del territorio Umbro”.
“Il progetto del metanodotto prevede l’attraversamento di numerosi fossi, torrenti e fiumi. L’importanza ecologica dei corsi d’acqua, per il ruolo che essi svolgono nel mantenimento della connettività ecologica e quali siti di rifugio, migrazione, alimentazione e riproduzione è stato più volte ribadito. Le modificazioni dell’alveo e delle sponde in seguito al loro attraversamento, risultano negative e permanenti. Non è pertanto proponibile una previsione di tracciato che, correndo parallelo ai corsi d’acqua li interseca più volte.”
E a proposito di fiumi, ricordiamo che il metanodotto attraverserebbe decine e decine di corsi d’acqua (più di trenta nel solo tratto Foligno Sestino). Nel tratto Sestino Minerbio il Fiume Savio verrebbe attraversato oltre 20 volte.
Nell’anno 2010 dedicato dall’Onu alla tutela della biodiversità, appare incredibile che si sia progettato un gasdotto che con il suo tracciato vada a ricadere nel cuore della dorsale dell’Appennino Abruzzese-Umbro-Marchigiana, “un complesso sistema geografico ed ecologico ritenuto strategico per la conservazione e il ripristino della biodiversità della Penisola Italiana, la cui importanza è sancita a livello della Unione Europeo”.
Non è stato quantificato il danno, sicuramente ingente, alle tartufaie intercettate dal tracciato. Stiamo parlando di aree (in Umbria e soprattutto nelle Marche) di produzione del tartufo bianco pregiato, che vede il Pesarese come polo di produzione di primaria importanza, assieme alle Langhe. Con tutto quello che ne consegue a livello turistico ed enograstronomico.
Più in generale, il metanodotto e la centrale provocheranno un danno economico notevole ai territori interessati, in special modo all’agricoltura ed al comparto turistico
Riguardo alla centrale di compressione prevista a Sulmona, questa dovrebbe sorgere in un’area di massima sismicità, vicino alla faglia attiva del Monte Morrone, secondo gli esperti prossima al “risveglio”. Manco a dirlo, all’ingresso del Parco Nazionale della Majella.
Circa i presunti bassi livelli di emissioni e quindi di inquinamento che deriverebbero dalla centrale, le cose non stanno secondo quanto asserito dalla Snam: da due monitoraggi, peraltro molto parziali ed effettuati proprio dalla multinazionale, per quanto riguarda le polveri sottili sono stati registrati dati anomali e preoccupanti e questo oggi, prima della costruzione della centrale, in una zona che presenta scarso traffico veicolare e nessun insediamento industriale!
Ciò conferma quanto contenuto in un documento sottoscritto da oltre 200 tra medici e operatori sanitari della Valle Peligna e cioè che la particolare conformazione orografica della Conca, circondata da montagne alte 2000 mt. e le specifiche condizioni meteo climatiche, con bassa piovosità e scarso ricambio d’aria, aggravate dal fenomeno dell’inversione termica, favoriscono la concentrazione degli inquinanti immessi in atmosfera con conseguenze deleterie sull’aria che respirano gli abitanti e quindi con un impatto fortemente negativo sulla  salute umana.
Se la situazione fosse così tranquilla come afferma la Snam, la Commissione Nazionale V.I.A. (che poco responsabilmente, nonostante queste condizioni, ha dato parere favorevole al progetto), non avrebbe prescritto l’espletamento di un anno di monitoraggio della qualità dell’aria prima della costruzione della centrale.
Inoltre, che l’area prescelta per la centrale non sia l’unica possibile, hanno dovuto ammetterlo gli stessi tecnici della Snam nell’incontro pubblico tenutosi a Sulmona il 13 febbraio 2009.

E’ davvero singolare, poi, che la Snam sminuisca clamorosamente lo scopo di un metanodotto di 687 Km., che va da sud a nord della penisola, attraversando dieci Regioni, quando parla di “cinque tratti funzionalmente  autonomi” per ciascuno dei quali è stata presentata istanza di valutazione di impatto ambientale.
Ma come? Da un lato si sostiene che l’opera è strategica per il nostro Paese e dall’altro si cerca di far credere che i cinque tronconi del megagasdotto sono indipendenti l’uno dall’altro? E’ fin troppo evidente il tentativo di giustificare l’artificiosa suddivisione dell’opera al fine di evitare la valutazione ambientale strategica (V.A.S.) e la valutazione di impatto ambientale  (V.I.A.) unica.
Operazione, questa, della quale la Snam è chiamata a rispondere alla Commissione Europea, a cui si sono rivolte, con specifiche denunce, diverse Amministrazioni Pubbliche e migliaia di cittadini dei territori interessati.
Insomma, stavolta la politica vittoriana riassumibile in  “terre in cambio di coperte e perline colorate” non sembra in grado di reggere più. Gli “indigeni”, le loro istituzioni, i rappresentanti che si sono dati,  non sono disponibili a sottomettersi ai nuovi colonizzatori.
L’AQUILA, 29/01/2011
COORDINAMENTO INTERREGIONALE ANTI GASDOTTO

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