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Chiediamo un nuovo modello di sviluppo…

Le parole del Vescovo, Angelo Spina, sono stimolo e spunto di riflessione per tutti, non solo per chi ha responsabilità nella gestione della cosa pubblica. La grave crisi in atto, che da noi colpisce più duramente che altrove, è anche la fine di un ciclo.

Non è pensabile riproporre un modello di sviluppo che aveva un senso quaranta anni fa ma non oggi. La globalizzazione dei mercati è una molla che spinge a delocalizzare gli investimenti. Così il nostro territorio è diventato poco appetibile, tranne che per una categoria di investitori: quella degli insediamenti altamente impattanti ed insalubri. Costoro hanno focalizzato la loro attenzione sulla Valle Peligna perchè proprio qui hanno intravisto una serie di condizioni particolarmente favorevoli: risorse ambientali sostanzialmente integre e quindi da saccheggiare, disoccupazione elevata, una classe politica in gran parte acquiescente o distratta.

Ma quella che,  per questi neo colonizzatori, sembrava una passeggiata, si è invece rivelata una strada molto accidentata. Perchè non solo l’economia, ma anche i cittadini stanno cambiando. Parole come consapevolezza, dignità, diritto a costruire il proprio futuro fanno parte ogni giorno di più del lessico e del comportamento della nostra gente. E’ una lotta non facile,  perché  chi non si piega al grande ricatto dell’economia globalizzata rischia di essere considerato fuori dalla realtà.

Eppure, paradossalmente, proprio l’asprezza della crisi rende più squillante ed ineludibile la domanda del Vescovo : su quale modello di sviluppo pensiamo di puntare? Chiare tracce di risposta sono insite in quel suo richiamo a vigilare contro certi “appetiti”, ad aver cura del territorio e dell’ambiente, a valorizzare i prodotti tipici, ad incrementare il turismo di qualità. Insomma, sembra dire Angelo Spina, possono portarci via le fabbriche che chiudono ma nessuno può rubarci le nostre risorse e le bellezze naturali, le nostre specialità, i nostri beni culturali e la nostra storia : è questo il “capitale” su cui investire per costruire un altro modello di economia, un modello che ponga al centro l’uomo e non il profitto, che non misuri il ben-essere solo sulla base del prodotto interno lordo. Utopia? Non è forse più utopistico affidarsi alla logica soffocante di quel mercato globale che rende tutto provvisorio e vulnerabile?

Certo, la sfida non è di poco conto. Richiede comunità d’intenti  tra i vari soggetti sociali, capacità progettuali da parte delle Amministrazioni pubbliche, spirito d’iniziativa da parte degli operatori economici; ma soprattutto richiede una classe politica con le idee chiare, non subalterna agli interessi forti, non prona ai “capi” di turno, che assuma come obiettivo il “bene” per tutto il territorio, bandendo ogni visione di parte e ogni miope interesse di bottega, o meglio di paese. Sulmona – e in questo Enio Matrangioli ha ragione – dovrebbe essere da guida ed esempio per l’intero comprensorio. Invece è solo un faro spento. Basti pensare che per lo studio della qualità dell’aria il primo cittadino propone una…colletta!

Con una notte così è difficile trovare la bussola!

 

Sulmona, 10 febbraio 2011

 

Mario Pizzola

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